Ricordare, sì. C’è razzismo nei fumetti? Sì, se c’è negli autori

Si deve ricordare, sì!
E stare sempre attenti. E analizzare. E non minimizzare. E capire da cosa nasce cosa. E non assolvere a priori uno “scivolone” perché si è fan di questo o di quello, giacché tutti possono commettere errori, di tanto in tanto, ma questo non vuol dire che non debbano essere corretti. E non accontentarsi di adesioni superficiali prive di intima convinzione. E cercare le radici del razzismo idiota e pernicioso (con le sue infinite sfumature discriminatorie) dentro di sé per sradicarle, coi fatti, giorno per giorno. E non auto assolversi dicendo che è solo una barzelletta, una gag, una battuta di spirito: perché anche quelle hanno dato il loro contributo alle leggi razziste.
Se per le persone di una volta si tendeva ad attenuare le loro responsabilità (individuali e collettive) dicendo che, in fondo, così facevano tutti, così pensavano tutti, così dicevano tutti, nessuno pensava di fare qualcosa di male perché era il pensiero comune e prevalente dell’epoca (da alcuni considerato persino “buon senso popolare”), ché erano stati manipolati dalla propaganda dei regimi razzisti, e purtroppo per molti era sostanzialmente vero (ma i risultati sono stati comunque tragici), oggi (e per oggi intendo, dopo la tragedia immane dei campi di sterminio) non si può più avvalersi di quel tipo di attenuanti. Non ci sono più giustificazioni di sorta, dopo aver visto come dalle barzellette si è finiti coi forni crematori.
Ma allora, davvero può esserci razzismo anche nei fumetti? Certo, se c’è negli autori.
Magari di solito non lo si fa trasparire, perché si tiene a far bene il proprio lavoro e si cerca di attenersi, più o meno convintamente, alle direttive dell’editore (se non è un editore razzista), ma ogni tanto il razzismo interno viene fuori da sé, con una simpatica gag, magari, con una battuta sentita al bar (o al “bar della rete”), con la propria oscura interiore condivisione, perché in fondo dentro di sé su pensa che quelli e quelli e anche quegli altri siano in qualche modo tutti peggio di sé.
Magari nemmeno ci si fa caso, tanto è naturalmente intimo quel pensiero discriminatorio. E si salta su come una molla se qualcuno ti fa anche solo pensare per un momento che “anche tu, in fondo, sei razzista e dovresti cambiare per il bene dell’umanità… e tuo”.
Ci si dovrebbe far caso, la prossima volta: se ce la si prende, forse c’è qualcosa in sé stessi che non va, e non nel resto del mondo. Allora si dovrebbe prendere un momento per analizzarsi, sinceramente, scovare il lato oscuro e decidere onestamente da che parte stare. Non è questione di auto assolversi o meno (a questo Spenser il nostro psicoanalista): bisogna solo darsi da fare concretamente, momento per momento, per cambiare in meglio. Non essere “politically correct” per finta o per convenienza (ché tanto quel che si è in realtà, salta poi fuori lo stesso), ma perché si è cambiati davvero.
Sempre se si decide di stare convintamente dalla parte di Yoda, si capisce!
IMHO, ovviamente.


ecc. ecc. ecc. cento volte e più!
In prima fila Franklin, il primo personaggio dalla pelle scura nella serie dei Peanuts.

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Si deve ricordare, sì!

E stare sempre attenti. E analizzare. E non minimizzare. E capire da cosa nasce cosa. E non assolvere a priori uno “scivolone” perché si è fan di questo o di quello, giacché tutti possono commettere errori, di tanto in tanto, ma questo non vuol dire che non d…
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